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Hai la dolce illusione di esser solo Stampa E-mail

Rapporto tra paura e conoscenza nel mondo moderno.

 

“Cantando e danzando, l’uomo si mostra come membro di una superiore comunità:

ha disimparato il camminare ed il parlare ed è sulla via di volarsene in cielo danzando.”

[F. Nietzsche - “La nascita della tragedia”]

 

L’epistemologia potrebbe essere piacevolmente definita come “critica dell’arte del produrre conoscenza”, ma faremmo a questa scienza un dono che non meriterebbe, come ogni scienza. Tuttavia non è un caso che sia proprio questa, l’epistemologia, a permetterci di introdurre l’opposizione esistente tra il coraggio e l’ignoranza. Esiste una marcata distinzione tra ciò che viene compreso e ciò che viene spiegato o capito. Il fenomeno di “comprensione” lascia le porte aperte al piano della relazione - e non della sostanza - più di quanto non faccia la “spiegazione” nel controllo delle dinamiche serrate di causa-effetto, nonché delle variabili che entrano in gioco nel processo di conoscenza. In particolare, ciò che ci interessa evidenziare è il concetto di relazione reciproca tra entità od eventi. Un qualsiasi atto conoscitivo che non riesca ad individuare la relazione reciproca tra gli eventi sta isolando l’oggetto di conoscenza. L’abitudine a concepire in termini di sostanza e non di relazione, ci ha portato inevitabilmente a questo risultato. La scienza moderna sembra avere dimenticato l’importanza rivestita da un sapere più completo, o forse più creativo e coraggioso, che scardina le certezze strumentali e riscopre il valore del soggetto e dell’essere umano, dell’essere. Intendendo qui con la parola “essere” proprio la connessione esistente nel tutto che siamo e che ci circonda[1]; è un concetto di mutamento[2]. A quanto pare, l’essere umano acquisisce informazioni in base alla differenza rilevata dalla relazione tra due cose: tanta più differenza percepisco maggiore sarà l‘apporto informativo[3]. La paradossale ironia consiste nella naturalità relazionale[4] ed associativa delle connessioni sinaptiche dell’apparato cerebrale nonché nelle categorie di concetti e pensieri, le quali rispondono al meccanismo per cui è più comodo associare un oggetto ad un oggetto che ho già conosciuto[5], piuttosto che creare una nuova categoria adibita al nuovo oggetto, privo di categorie preesistenti[6].

La via regia per la nascita - o riconquista -  di una scienza più completa sembra essere proprio il corpo, e con esso le emozioni e l’intuizione. Un’emozione può essere concepita come un segnale conoscitivo, o che permette la conoscenza[7]. In un individuo, le emozioni possono essere intese come delle informazioni su dei cambiamenti nel continuo scambio tra mondo interno ed esterno e quindi su un qualcosa che io posso chiamare anche relazione, esperienza, crescita, conoscenza, esistenza. La differenza, quindi, intesa qui come cambiamento[8] e non come capacità di distinzione, rimanda al passaggio da una situazione nota o già conosciuta, verso una condizione d’ignoranza o “da conoscere”. L’essere entra in gioco, talvolta, con la sensazione della paura[9] - semplicemente paura dell’ignoto, la definizione che insegnano alle scuole elementari.  Posso ovviare in due modi a questo piccolo problema: nel primo, rispondo all’esigenza sfrenata del controllo immediato, quindi creo conoscenza senza addentrarmi nel “diverso e nuovo”. Mi rifaccio così a ciò che ho già ragionato[10], pagando il prezzo di dissociarmi dal corpo e dalle emozioni (per poi ritrovarle in un secondo momento, forse meno autentiche od anche ferite) quindi esercitando quel potere dialettico, egocentrico e sterile, tipico del modo di fare conoscenza del mondo moderno. Il secondo modo di ovviare al problema della paura è placare il desiderio del controllo. A volte si paga un prezzo e, come nella natura, si compiono tre passi avanti e due indietro... Ma ci aspettano i prossimi tre. La nostra coscienza critica d’un tempo ci imponeva di storcere il naso nel leggere una parola come “amore”, inserita in una discussione di questo genere. Eppure è proprio il corpo, con le sue emozioni ed i suoi sentimenti, la porzione dell’essere che ci permette di aprire una nuova conoscenza, per non citare lo spirito, l’anima, i quali, nella nostra concezione non si contrappongono al corpo, ma lo permeano e gli attribuiscono vitalità nonché la connotazione energetica che avvolge il tutto. Ed è proprio sulla base di concetti fondati sul senso religioso, sulla spiritualità che diverse culture sottolineano come non sia assolutamente necessario passare dal corpo; tuttavia nutriamo la convinzione che sia a noi necessario passare dal corpo, per poter reintrodurre con maggior consapevolezza i concetti di conoscenza, esistenza, essere, amore e anima, all’interno dei dibattiti scientifici moderni. Effettivamente si sente parlare di energia, nelle sue più varie forme, e questo concede un polmone in più nell’attesa di concepire e dare vita all’ampliamento di questo concetto, in quello della relazione.

Se è pur vero che il corpo può generare tensioni tali per cui non è più possibile convivere con altri individui, partendo da tale assunto si rischia di perdere la dimensione individuale e con essa l’apporto che il corpo e le emozioni da esso vissute possono comportare per la vita intima, personale dell’individuo. Un’analisi delle proprie sensorialità ed emotività è in grado di apportare una forma di conoscenza più ampia, più autentica e più completa rispetto ad un approccio che, non prendendola in considerazione, perde il contatto con l’interpretazione del mondo circostante inteso come un’entità-altra, irraggiungibile, osservabile da debita distanza, quasi con diffidenza[11]. Se invece si lascia al mondo “esteriore” la possibilità di accedere realmente, fisicamente nell’individuo – cosa che può avvenire solamente attraverso la dimensione emotiva – allora si viene ad annullare quella distanza che rimane incolmabile se approcciata da una prospettiva meramente intellettiva. In questo senso è da interpretare l’affermazione di Nietzsche secondo la quale il “corpo è una grande ragione”, non già giustapposta, bensì in un rapporto di collaborazione con la “piccola ragione[12]. Già Spinoza parlava di un rapporto di comunicazione fra una sfera emotiva (dotata di una finestra aperta alla conoscenza) e di una sfera razionale (capace di un’accoglienza nei confronti delle emozioni) che consentiva di risolvere il dualismo cartesiano in un monismo metafisico che pone il Corpo come fattore aggregante di due istanze, razionalità e passionalità, che costituiscono uno degli impianti più duraturi e – dal nostro punto di vista – deleteri dell’intera struttura metafisica occidentale, odiernamente perpetrata, con pari arroganza e pretesa di assoluta verità, dal metodo scientifico degenerato in avido tecnicismo, oggi imperante.

A noi pare che debba essere lasciata fuori dalla discussione sulla capacità del corpo di unire la logica affettiva alla logica conoscitiva ogni considerazione di tipo socio-politico sull’opportunità e la convenienza di tale approccio in un eventuale scenario politico su di esso fondato. Infatti l’attuale scientificità[13], così come gli approcci metafisici fondati sulla dicotomia svalutatrice del corpo considerato come facoltà conoscitiva superiore, è limitante. Non si capisce per quale motivo, nel momento in cui esistono due modi di rapportarsi al mondo, uno che risponde ai criteri della coerenza razionale e l’altro all’incoerente intuizione basata sulle sensazioni emotive, debba assurgere a insindacabile modello di superiorità soltanto uno di essi[14], laddove, invece, in origine essi godono di pari dignità. Soltanto un ben radicato pregiudizio ci fa apparire la prima opzione senz’altro preferibile e la seconda persino ridicola[15]. Ma se si scavalcano i pregiudizi e si dà ascolto a quanto spontaneamente e autenticamente ci è comunicato dalle sensazioni, si può immediatamente prendere coscienza delle potenzialità di questa bistrattata categoria conoscenziale, la quale, se opportunamente ancorata alla logica della coerenza, può generare una conoscenza superiore.

Principalmente la dolce illusione di essere soli ma anche la paura di essere in troppi, ci obbligano all’isolamento coatto, alla distanza emotiva, alla paura di mettersi in gioco, col proprio corpo e con le proprie emozioni, rendendo difficile se non impossibile un’esistenza autentica[16]. Costruiamo quindi una sorta di struttura logica e razionale, sterile, isolata a livello corporeo, atta a sorreggere due occhi - ultimo appiglio dell’anima - che ci raccontano la vita in una sorta di diffusa apatia, mista alla noia ed al rancore nei confronti di noi stessi - proiettato sugli altri - e dei nostri non agiti. La sperimentazione dell’azione, quest’ultima intesa nel senso più ampio, è stata soppressa dall’attività intellettuale nonché dalla paura, dalla repressione e dall’autoritarismo. Nulla vieta di coltivare l’intelletto ma quando esso cavalca una chimera che vola a velocità troppo dissonante rispetto ai ritmi del corpo, si sostituisce a esso. Ed è così che ci ritroviamo con un’emozione che risulta essere uno strumento sicuramente sfasato dalla mente, nonché atrofizzato, debole ed immaturo. O incapace di respirare ed esprimersi, oppure troppo represso, esplosivo e sensibile. In sostanza, terrorizzato. Un corpo incastrato dalle sue proprie tensioni, che si auto-limita nell’agire, perché l’agire stesso è diventato fonte di sofferenza; quindi meglio pensare. La letteratura che non si orienta verso la stimolazione dell’intuizione nei confronti dell’indifferenziato, dei confini sfumati e dei i concetti poco definiti, rischia di essere una letteratura autoritaria. E’ necessario effettuare un’autocritica, rispetto a tutti i tagli che vengono operati sulla realtà, in ogni momento in cui concepiamo. Non perché sia possibile eliminare questi tagli, ma perché proprio nella naturalità dei tagli che ogni singolo soggetto esercita, risiede il valore della pluralità (e forse dell’infinità) del significato. Io significo operando un taglio: concepisco. Creo, e “creare mi obbliga a creare più piccolo di me”[17]. Ma questo taglio, che può essere inteso come una sorta d’interpretazione, coincide con l’elevazione[18] dell’oggetto significante; diventato significante perché esso si sovrappone al, e quindi si alterna col, soggetto significante, in una relazione reciproca[19]. Nel gioco di specchi che si instaura tra l’uomo ed il mondo in cui vive, tali affermazioni risultano d’obbligo se si desidera comprendere - e non spiegare - le dinamiche viventi del tutto. Questo perché la spiegazione, serrata per costituzione, non lascia spazio all’infinito e, purtroppo per gli scienziati, il significato è infinito: “vi è sempre una verità che sta per emergere, che aspetta me. Ed in una prospettiva creazionista non esiste altro universo che un universo che emerge ad ogni istante, che emerge a sé stesso ed alla nostra coscienza”[20]. In questo senso, sfiderei qualcuno a togliere significato a qualsiasi cosa; nel momento in cui vi riuscisse, tale cosa, assumerebbe semplicemente un nuovo significato. E’ quindi necessario assumere consapevolezza riguardo al fatto che possiamo cercare di capire, quindi comprendere, “solo se accettiamo l’esistenza di un livello sommerso, di un significato che deve ancora nascere”[21]. Un livello sommerso la cui esistenza non può essere certa nel qui ed ora ma lo sarà certamente, nel momento in cui affiorerà per merito del concepimento.

Se l’uomo è nel mondo e se l’uomo è co-creatore del mondo (per i più hard addirittura creatore), allora siamo obbligati ad assumerci il rischio di aprirci a nuovi significati, lottando con la paura o, meglio, comprendendola. Forse la paura stessa concretizza la nostra ignoranza e quindi ciò che dobbiamo ancora conoscere.. e forse concretizza il nostro desiderio o la nostra naturale tendenza, che qualcuno chiama evoluzione[22]. I nuovi significati restano imprescindibili dalla sensibilità emotiva e corporea, perché l’unica via per il significato è la relazione. Le informazioni sulla relazione passano attraverso la materia, il corpo, le emozioni, i simboli, l’influenza reciproca, il continuo mutamento, la condivisione ed infine il continuo emergere, inesauribile, di significato. Forse l’unico modo per arrivare alla conoscenza è la ricerca dell’unione del tutto, la ricerca della percezione di questa unione[23].

Concepire il tutto appare un rischio consistente e necessiterebbe, se così fosse, la dovuta cautela. La nostra impotenza non ci consente di scrivere e dissertare corposamente in merito a questo. Ma si può assumere che il rischio consista nello sfociare nell’indifferenziato e nell’oblio. Spenderemo le ultime parole in merito a questo concetto ed a dove può portarci.

Questo problema è percepito fortemente dalla nostra scienza moderna, in caso contrario non ne avrebbe tanta paura e non nutrirebbe così tanto desiderio di controllo. Abbiamo visto come il nostro stesso concetto di conoscenza sia collegato imprescindibilmente con la capacità di distinzione. Cercare di legare le entità di cui si discute, in un qualsiasi atto conoscitivo, pare quindi essere la difficoltà del processo di conoscenza. Ma che tipo di conoscenza? A che livello ed a quale profondità di analisi e sintesi opero questa differenziazione? Ciò che mi si propone in un primo momento come indifferenziato, ai fini conoscitivi richiede uno sforzo, e quanto più riuscirò a raffinare la capacità di nuotare nell’indifferenziato, tanto più riuscirò a cogliere nuove differenze che prima risultavano inesistenti. Ma forse questa è solo una dialettica delle tante possibili, una categoria del pensiero fruibile per esprimere un nuovo modo di conoscere. Potrebbe anche voler dire cogliere nuovi legami oltre che raffinare la capacità di cogliere nuove differenze. A livello epistemologico potremmo anche rientrare nel gioco della differenza, e sarei un serpente che incorpora la propria coda in un anello infinito; ma non è la soluzione la nostra meta, e poi la soluzione di cosa? Empiricamente, forse, sto conoscendo in un modo nuovo e più completo; e sono sicuramente passato attraverso il corpo per comprendere l’idifferenziazione, se non altro ad un livello più complesso[24]. Oppure, se così non fosse, l’indifferenziato potrebbe aprire un canale per concepire la totalità di ciò che mi si propone, permettendomi d’intuire legami e connessioni esistenti tra il tutto. E’ necessario sostanzialmente assumere una base unitaria dell’esistenza, intendendo il legame tra il tutto, l’uno, e solo in modo subordinato concepire la differenziazione. L’indifferenziato, o ciò che noi percepiamo come indifferenziato, è il sogno, è il mondo senza confini, il mondo che spaventa perché non dà certezze, il mondo sfumato e senza concetti chiari, anche il mondo delle droghe e delle visioni, il mondo degli sciamani e degli stregoni, l’arcaico senso di oblio, la luminosità dell’istante, il senso di solitudine materiale o di desertificazione più totale, contrapposta alla caotica coesistenza di tutto, senza barriere. A che cosa ci porta il mondo dell’indifferenziato? Forse all’origine. Origine della vita, dell’esistenza; ma l’indifferenziato può permeare il concetto stesso di origine, facendolo vacillare, scardinandolo dalla nostra mente, la quale vuole individuarlo a tutti i costi, ponendo un inizio ed una fine, nonché uno scopo. L’indifferenziato fa paura perché è apparente mancanza d’informazione[25], ignoto. Ma l’impossibilità di annullare il significato implica l’affiorare di un significato sempre in divenire anche nell’indifferenziato più assoluto, e solo in questa evocazione di senso o significato, in questa evocazione mutevole di corporeo e spirituale allo stesso tempo, l’uomo può trovare una nuova forma di conoscenza, rischiosa ma efficace.

Una conoscenza efficace perché non si accontenta di essere letta e capita, ma vuole essere compresa dall’essere. Agita, trascesa, superata, accettata, completata, in continua ricerca ed in continuo movimento. Solo in questo modo potremo concepire e quindi creare la pari dignità[26] degli esseri umani, la legittimità di ogni esistenza, il valore dell’autenticità e della soggettività, al fine di coesistere nell’equilibrio col mondo che ci circonda, ricordandoci delle nostre radici e costruendoci le nostre ali.

Infine, sarebbe utile fare una prova concreta ed istantanea di come il corpo entri in gioco nel processo di conoscenza, proprio per attuare le parole, le quali non vogliono essere fine a sé stesse o alle dietrologie del nostro intelletto. E’ un esercizio semplicissimo e funziona sia in solitudine che in compagnia, con interpretazioni e risultati molto diversi ma affini. Adesso, in questo istante, ovunque voi siate, leggete ad alta voce una sequenza di parole, cercando nel frattempo di associare un’emozione al significato delle parole o dei concetti. Associare un emozione può sfociare in varie manifestazioni, quindi da un’espressione vocale variabile a seconda della parola pronunciata, all’esecuzione di gesti ed azioni corporee vere e proprie. Il fine è agire l’emozione, nell’espressività. In seguito all’esecuzione partecipata di questo piccolo gioco, ci si può interrogare concretamente su quanto detto finora. La sequenza o, meglio, lo sciame di parole è il seguente:

“Il soggetto e l’oggetto, l’uomo e la natura, il sapere, lo strumento, piante e gesti, la divinità, l’essere, la lotta interna, l’unione d’ariete e terra, l’inganno delle immagini, la fertilità del fuoco, la velocità, l’odio, l'accoppiamento, il benessere, lo iato, l’odore lontano dell’alchimia, l’erotismo dell’universo, parole e tempo, il feto, la guerra, la coppia d’opposizione, l’uno, toccare la seta, la relatività del tempo, l’onnipotenza dell’uomo, la spira di un orecchio, la ritualità, la consapevolezza del proprio potere, il consumo, l’atto poetico, l’amore, le formazioni minerali, un ballo mattutino di cannibali, un romanzo di pietre, la vigliaccheria, improbabili ordini dell'essere, la paura e la pietà, la finzione, uomini e pianeti”.

 

 

 


[1] Nel momento in cui entro in relazione con un oggetto, quest’ultimo ha per me una caratteristica diversa, rispetto agli altri oggetti, indipendentemente che si tratti di oggetti, funzionalmente e strutturalmente, uguali ad esso (intendendo funzione e struttura come concetti svincolati da una dimensione energetica). Per meglio specificare, tale oggetto riveste un ruolo diverso nella mia esistenza non solo in ottica di possesso, o di preferenza, ma per sottile legame energetico. La percezione di questo legame reale non è ovviamente misurabile dalla scienza, o non ancora. Il concetto che si vuole sottolineare, in riferimento alla partecipazione corporea, è che se dedicassi energia, sensibilità, attenzione a sentire questo tipo di legame, potrei imparare a distinguere la connotazione energetica dei vari oggetti, coglierne la vibrazione vitale, la frequenza con la quale comunica al mondo. Il problema consiste in un’anestesia altrettanto sottile in cui si è immersi nei processi conoscitivi. Oppure, semplicemente, non si è abituati a cogliere questa forza, a “sentire”. Al di là di considerazioni feticiste sul potere degli oggetti, si vuole evidenziare il rapporto reciproco che esiste tra l’oggetto ed il soggetto, in cui consiste sostanzialmente il legame energetico di cui si parla.

[2] L’essere, fin dai tempi di Platone, è stato pensato da tutta la cultura filosofica occidentale come un concetto statico, e imperituro; in quanto tale è stato contrapposto ad una dimensione corporea, materiale, caduca, di cui non ci si può fidare. Il corpo è una sorta di gabbia dell’Essere, un ostacolo per l’anima che avrebbe, da sola, tutte le carte in regola per raggiungerlo (cfr. Platone, Fedone e Repubblica). In questo caso ci troviamo innanzi ad un’inveterata distinzione che pone su due piani assiologici anima e corpo, essere e divenire. Concependo l’essere come movimento, si consente una convergenza dei piani ontologici posti dalla tradizione, ridefinendo una forma di monismo metafisico che consente di superare tali dicotomie. Operando in questa maniera è altresì possibile attribuire all’arte (intesa come forma di espressività del corpo, operata attraverso il corpo) lo statuto di depositaria di una conoscenza impossibile da raggiungere per la mente isolata. Proprio per ricalcare la variabilità dell’essere insita in tale concezione, la parola verrà usata in questo brano con pari variabilità; in questo modo si è voluto dare voce al significato vago e indefinibile (proprio perché alieno da ogni logica tradizionale del linguaggio) del rapporto-unione dell’individuo con il tutto.

[3] Esempio: conosco più facilmente due biglie, una nera ed una bianca, piuttosto che altre due, una “giallina” ed una gialla.

[4] Si pensi anche solo alla conformazione duale anatomica del cervello.

[5] Esiste una naturale fissazione di preconcetti, nel processo conoscitivo dell’essere umano.

[6] Inoltre genera meno tensione, meno sforzo, meno impegno di energia. Potrebbe anche essere considerato più efficiente, a seconda dei parametri di definizione dell’efficienza.

[7] Assunto l’ascolto partecipato ed autentico di tale emozione.

[8] Mutamento, quindi un concetto di “differenza” legato alla dimensione temporale, che non dovrebbe mai essere trascurata in un processo conoscitivo. Un vago miraggio, questo, per una scienza moderna atta a “ripetere l’esperimento”, nell’onnipotenza del “controllo delle variabili” in gioco.

[9] Sarebbe utile aprire una parentesi sulla connotazione di tale paura. La paura dell’ignoto, rimanda alla paura della vastità di ciò che ci può attendere, e questo può immobilizzare nel processo di conoscenza. Spesso può essere più banalmente paura di derisione, di sbagliare, e quindi consiste sostanzialmente in un freno all’esplorazione del mondo e di sé stessi. Oppure può essere paura della complessità di alcune scienze, come può essere il sapere medico, che allontana la persona semplice dalla conoscenza, conferendo inoltre potere, a volte immobilizzante per i pazienti, alle figure autoproclamatesi “sapienti” - com’è ad esempio accaduto per la nascita della psichiatria. Questa immobilizzazione della persona atta a conoscere ma spaventata, toglie potere all’essere, castra le sensazioni di sé, fornendo una spiegazione fredda e asettica dell’essere, quando non demanda all’altro la spiegazione o comprensione di sé. In questo modo l’essere perde consapevolezza di sé, demanda ad altri scienziati, il compito di conoscersi e spiegarsi, comprendersi... perdendo il rapporto di complicità con sé stesso. La sofferenza ed il dolore, diventa un vero e proprio segnale di errore che il corpo ci invia, riguardante il nostro vivere, e invece di correggermi, essendo medico di me stesso, demando, perdendo l’unico vero maestro: il soggetto. Ma questo, paradossalmente, non annulla il valore della relazione, come vedremo nelle pagine seguenti.

[10] Esistono degli studi in campo psicologico, ed in particolare della psicologia dello sviluppo, che possono apparire fortemente inerenti a queste argomentazioni. L’approccio teorico che cerca di spiegare lo sviluppo cognitivo del bambino, secondo Jean Piaget, rimanderebbe ai meccanismi opposti di conoscenza ovvero quello di assimilazione e quello di accomodamento. Tali meccanismi prevedono la modifica dei propri schemi mentali alternata alla modifica degli stimoli percettivi, in quest’ultimo caso per assimilarli ai propri schemi mentali preesistenti. In realtà tali teorie non ci interessano fondamentalmente perché nascono da un approccio biologista di spiegazione dei fenomeni, per tanto coi relativi vincoli epistemoligici, inoltre affronta lo sviluppo cognitivo senza approfondire adeguatamente il ruolo giocato dalle emozioni nel processo di conoscenza.

[11] È opportuno portare l’esempio del tipico atteggiamento dei medici che operano con i malati terminali, i quali studiano la loro malattia con metodo scientifico, guardandola attraverso le lenti del microscopio, ponendo quest’ultimo quasi come uno strumento di difesa dalla drammatica situazione esistenziale dei pazienti, tenuta a debita distanza. C’è da chiedersi qui quanto autentica e realmente proficua possa essere una conoscenza di questo tipo, che esamina logicamente il problema senza porsi minimamente in rapporto con la situazione esaminata. Riteniamo che di molto superiore sarebbe la conoscenza del medico che volesse valicare quel muro debitamente costruito per immergersi nella situazione del suo paziente e comprendere, così, su sé stesso, il significato profondo di quanto sta provando a comprendere.

[12] Cfr. M. Vozza, Nietzsche e il mondo degli affetti, Ananke, Torino 2006, pag 21 e seguenti

[13] È importante notare come la scienza si fondi sì sulla sensibilità, ma solo per prenderne immediatamente le distanze e porsi in una posizione di distaccata osservazione

[14] Peraltro valutando tale superiorità attraverso i mezzi propri della stessa razionalità auto-proclamatrice

[15] Questo perché la prima opzione rassicura mentre la seconda mette paura

[16] Assunto che sia necessario, per un’esistenza autentica, una partecipazione emotiva e corporea, e soprattutto una partecipazione relazionale al mondo che ci circonda.

[17] Haim Baharier, conferenza tenuta in occasione della manifestazione “Torino spiritualità”, con argomento: “La coppia è la storia dell’uno. La Genesi spiegata da mia figlia”.

[18] Elevazione intesa come trascendenza della materia, o completamento energetico della materia, laddove dovesse anche essere concepita come sostanza morta. In una certa ottica, intendendo l’elevazione spirituale dell’uomo e della materia che lo compone e lo circonda.

[19] Cfr. nota 1

[20] Haim Baharier, Ibidem.

[21] Ibidem.

[22] Si potrebbe anche definire l’evoluzione come un continuo incrinarsi di temporanei equilibri raggiunti. Acquisirebbe così valore questo utilizzo del termine, intendendo la percezione della paura come la percezione di un potenziale incrinarsi delle proprie certezze e delle proprie conoscenze - prossime ad una modifica.

[23] Si potrebbe aprire una parentesi sul magnifico e travolgente ruolo dei simboli, sul loro potere di sintesi, atto a permettere di concepire e comprendere il significato e l’esistenza del rapporto esistente tra le entità. Il potere dell’ombra e della luce, degli elementi, della terra madre, del padre, la croce, la trinità, il cerchio e la spirale, gli archetipi, le stelle e così via... Sarebbe interessante legare questo discorso al potere comunicativo dei simboli con l’essere umano, quasi in via privilegiata ed inconscia, col mondo del profondo, oltre che col mondo corporeo e materiale. Infine ma forse come argomento principe, il potere dei simboli legato alla dimensione spirituale.

[24] Se di complessità si può parlare, perché laddove tale ricerca o impegno venga affiancato dalle emozioni e dal corpo, mi riesce più facile parlare di naturalità e semplificazione.

[25] In realtà sarebbe impossibilità di traduzione dell’informazione percepita, e quindi sentimento di mancanza, o ancora meglio di vuoto. E su quest’ultimo concetto ci sarebbero numerose analogie con l’esistenza sulle quali interrogarsi. Cioè su come - e non perché - l’essere umano percepisca la sensazione del vuoto interiore o esteriore, sui concetti di piacere e di dolore percepiti in relazione del sentirsi - e non pensarsi - “pieni” o “vuoti”, anche in relazione alla conoscenza. Quindi esplorare il mito dell’albero della conoscenza in chiave filosofica.

[26] La parola “dignità” richiede una precisazione. Il significato di dignità verrebbe completato dall’imposizione, nelle relazione con gli altri, del proprio valore sul piano morale; quindi rimanderebbe all’esigere il rispetto della propria dignità ed alla tutela della propria dignità. Questa è una sfaccettatura sulla quale è bene interrogarsi, per comprendere i criteri secondo i quali io mi sento in diritto di essere e fare. Devo intendere la dignità in un contesto relazionale, di reciproco scambio ed ugualitario per quanto concerne l’ aprioristica legittimità d’esistenza. In caso contrario, e mi viene da dire nella situazione in cui ci troviamo oggi, a livello politico, globale e mondiale, l’esercizio della propria dignità, può diventare strumento oppressivo nei confronti dell’altro; quindi verrebbe spontaneo e sarebbe corretto dichiarare che gli esseri umani non nascerebbero con/di pari dignità. 

 
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